8 febbraio 2009

Renato Raule @ 19:32

SWINGLE SINGERS AL TEATRO ACCADEMIA DI CONEGLIANO – 6 FEBBRAIO 2009

Il concerto degli Swingle Singers ieri sera al teatro Accademia di Conegliano Veneto ha confermato ancora una volta quanto il pubblico gradisca le performance di questo gruppo vocale fra i più apprezzati al mondo.

Infatti dopo quasi 2 ore di esibizione alla fine del programma previsto, nessuno voleva saperne di lasciare la sala: tutti in piedi con applausi scroscianti e ovazioni. Gli spettatori hanno più volte chiesto ai loro beniamini sul palco di allungare ulteriormente la scaletta dei brani in serata. Il generoso ottetto di vocalist ha così eseguito un dopo l’altro 4 nuovi brani concludendo la serata con una suggestiva versione di “O Bella Ciao”.

Generosi e simpatici anche nel dopo concerto, i musicisti si sono volentieri prestati al pubblico nel foyer per numerosissimi autografi e foto ricordo. L’applauditissimo concerto è stato di fatto un concentrato della bravura, professionalità e simpatia di questo guppo vocale che da oltre 40 anni concilia tra loro in una stessa serata il barocco, il romanticismo, l’impressionismo, il jazz, i Beatles e il folk. E soprattutto riconcilia tra loro la musica, la bravura e il gioco.

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25 novembre 2008

Marco Goldoni @ 16:02

MANHATTAN TRANSFER AL MAXLIVE – 22 NOVEMBRE 2008

Il vocalese, genere in cui temi e improvvisazioni della grande tradizione jazzistica vengono cantati attraverso la loro (spesso problematica) alfabetizzazione, si affaccia sulla scena musicale alla metà degli anni ’50 grazie all’intuizione di cantanti ormai leggendari come Eddie Jefferson o il trio Lambert, Hendricks & Ross. Ma se è riuscito a farsi conoscere in tutto il mondo – scalando le classifiche di vendita, entrando nelle programmazioni radiofoniche e vincendo ogni sorta di premi e riconoscimenti – lo si deve unicamente a loro: i Manhattan Transfer.

Il nome, tratto da un celebre romanzo di John Dos Passos, è il vessillo della convinta e orgogliosa appartenenza newyorkese di Tim Hauser, giovane impiegato con la passione del canto (e del jazz) che all’inizio degli anni ’70 si licenzia per inseguire il suo sogno, mantenendosi guidando uno dei caratteristici taxi gialli che popolano le strade della Grande Mela. Quando una sera sale a bordo Laurel Massè, vistosa rossa nonché cantante emergente in cerca di scritture, il gioco è fatto. Di lì a poco si aggregano altri due concittadini di talento, la soprano Janis Siegel e il tenore Alan Paul, e il gruppo – ora perfettamente equilibrato nelle voci e nei generi – diventa presto una delle più interessanti attrazioni nel giro dei locali di tendenza.

Arrivano i primi dischi e il relativo successo quando nel 1978 uno spaventoso incidente stradale costringe al ritiro la Massè (che per fortuna dopo qualche anno si riprenderà completamente e sarà in grado di proseguire la sua carriera come solista) sostituita dalla talentuosa attrice e cantante Cheryl Bentyne, che proviene dall’altra parte dell’America (Seattle) ed ha con lei incredibili somiglianze fisiche e vocali. Questa formazione non cambierà più, e quest’anno sta festeggiando i 30 brillantissimi anni di attività con un tour mondiale di vaste proporzioni.

Appena salgono sul palco del MaxLive si capisce subito che, dopo qualche periodo di stanchezza dovuta a difficoltà personali, i Transfer affrontano il pubblico con rinnovato vigore. Il loro spettacolo, raffinatamente teatrale e cabarettistico, è non meno per gli occhi che per le orecchie. Ma sono quei cenni d’intesa, quei sorrisi carichi di complicità autentica a testimoniare un eccellente stato di salute, uno stare bene insieme che mai come in questi casi è premessa indispensabile per poter cantare bene insieme.

Una dopo l’altra passano senza sosta alcune tra le migliori perle di una carriera inimitabile, e il pubblico che gremisce il locale (pressoché esaurito) applaude convintamente. Si comincia con l’omaggio a due grandi pianisti della storia jazzistica (Horace Silver e Earl Hines) prima di sfoderare il classicissimo Route 66, che nell’introduzione la Siegel spiega essere l’autostrada più amata degli Stati Uniti. No, non ci stiamo sbagliando: sono proprio loro, con gli inconfondibili intrecci vocali (e gli altrettanto tipici arrangiamenti) che costituiscono ormai un marchio di fabbrica. L’immancabile tributo all’amato Count Basie inizia con Moten’s Swing e poco dopo sfocia nel bellissimo Corner Pocket. Ancora un passo indietro verso l’era dello swing, con un guizzante Stompin’ At Mahogany Hall e soprattutto con il velocissimo Airmail Special, dove seguire con il canto le furibonde evoluzioni clarinettistiche dell’autore (il grande Benny Goodman) comporta un virtuosismo disarmante, in grado di demolire ogni resistenza e conquistare anche i più scettici.

A turno, ogni 3 o 4 brani, tutti si esibiscono anche anche in prestazioni solistiche. Qui il giudizio si fa necessariamente diverso, perché nessuno – con la felice eccezione della Bentyne – ne esce completamente vittorioso. Tim Hauser propone lo standard The More I See You – tratto dal suo recente CD Love Stories, edito da un’etichetta giapponese – ma l’eccezionale basso dentro il quartetto diventa poco più che normale fuori da quella situazione. Alan Paul ha tutto del tipico crooner – l’aspetto, l’atteggiamento, la presenza scenica – ma la voce rimane sempre troppo confidenziale, incapace di riempire la sala come dovrebbe. Nemmeno Janice Siegel, che pure ha avuto una significativa carriera discografica in proprio, riesce a convincere fino in fondo: fuori dal prediletto registro sovracuto, in cui mostra doti sempre impressionanti se pur talvolta un po’ caricaturali, la gamma media rimane piuttosto opaca e sforzata. Solo per la bella e simpatica Cheryl Bentyne gli anni sembrano non passare: straordinario animale da palcoscenico, degna della miglior Liza Minnelli, abbina una gestualità irresistibile ad una voce immacolata, che oltre agli ormai celebri gridolini sa condurre per mano una canzone e portarla a casa regalando emozioni, grazie a mezzi fisici ed espressivi di prima qualità.

Lungi dal diminuirne il valore questi limiti aumentano la nostra ammirazione per i Manhattan Transfer, che hanno avuto l’intelligenza e la capacità – a partire da doti vocali molto buone ma non esattamente strepitose – di mettere a punto un congegno perfetto, un organismo collettivo che come tale non ha rivali. Ne sono prova evidente i brani della seconda metà del concerto, tra i quali spiccano due brani dall’album Brazil: Soul Food To Go (Sina) di Djavan e Hear The Voices (Bahia De Todas As Contas) di Gilberto Gil. Ma è nel classico vocalese di Joy Spring che la classe e l’eleganza del quartetto si dispiegano completamente, e l’arrampicata sulla celebrata improvvisazione del grande Clifford Brown (giustamente ricordato da Hauser come uno dei protagonisti della storia del jazz, purtroppo stroncato giovanissimo da un incidente stradale) risulta sempre commovente.

Molto bello anche Tutu, composizione del bassista Marcus Miller tratta dall’omonimo disco di Miles Davis, dove la Bentyne si produce nella parodia della tromba di Miles su uno sfondo che cerca di riprodurre con le sole voci la complessa trama elettronica sottostante e le violente percussioni digitali. Chiusura obbligata con Birdland – glorioso brano dei Weather Report ormai diventato sigla ufficiale e immancabile – che suscita l’esplosione sonora del gruppo, un tripudio di tonsille spiegate nel quale le ragazze danno il meglio di sé. A riprova del clima di gioia e di festa collettiva, arrivano infine due bis chiesti a gran voce e concessi volentieri. Un balzo nel repertorio degli esordi con Choo Choo Ch’ Boogie e poi la battutissima Chanson D’Amour, che il pubblico più affezionato saluta con entusiasmo.

Resta da dire del gruppo strumentale che accompagna i Transfer in questa lunga e impegnativa tournee. Anzitutto il direttore musicale Yaron Gershovsky, pianista virtuoso e raffinato nonché (all’occorrenza) efficace tastierista, davvero all’altezza della situazione. Poi tre giovanotti di belle speranze, in buona misura già affermati nel ristretto gruppo dei musicisti che contano. Il chitarrista Adam Hawley ha avuto poche occasioni di farsi notare, ma il suo assolo durante l’esibizione solista della Siegel ha esibito un tocco personale e un fraseggio legato di straordinaria qualità. Buona anche la prestazione del bassista Gary Wicks, pur penalizzato dall’uso di un contrabbasso virtuale (senza cioè cassa armonica, cosa che sicuramente facilita il trasporto ma ahimè solo quello) e che forse per questo motivo è uscito meglio quando ha imbracciato il basso elettrico. Dal batterista Steve Haas ci aspettavamo invece molto, sapendolo ormai da tempo nel grosso giro e addirittura reduce da una esperienza in tour con un Numero Uno come John Scofield, e le attese sono state ripagate con un lavoro di grandissima qualità, sia sotto il profilo tecnico che del controllo del suono.

Visto che invecchiare non è una scelta, a tutti noi resta soltanto decidere il come. L’altra sera i Manhattan Transfer hanno dato una dimostrazione di vitalità, entusiasmo e divertimento tale da convincerci che lo stiano facendo nel migliore dei modi.

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15 novembre 2008

Marco Goldoni @ 2:15

Take 6 al MaxLive – 13 novembre 2008

Al MaxLive di Costabissara (appena un passo fuori Vicenza) due straordinari concerti – entrambi dedicati alla vocalità – introducono la stagione invernale di Veneto Jazz: ieri sera i Take 6, e sabato 22 novembre i Manhattan Transfer.

Fuoriclasse del canto a cappella, primo gruppo ad aver reso famosa – in modo inimitabile – una formula oggi imitatissima, i Take 6 sono un mondo a parte. Quando arrivano sul palco, non dimostrando in alcun modo gli oltre vent’anni di carriera, è chiaro a tutti che ancora si divertono, che cantare non è diventato un mestiere.

D’altra parte questo atteggiamento è legato al loro modo di intendere la musica: non anzitutto espressione artistica ma piuttosto rendimento di grazie al Signore, non performance ma celebration. Sarebbe inimmaginabile, per un gruppo europeo, inframezzare il proprio concerto con espressioni del tipo “Dio ama tutti noi, e ci vuole salvare attraverso Gesù”, ma nelle mani dei Six anche contenuti delicatissimi come questi vengono maneggiati con naturalezza e appaiono credibili.

Dietro c’è infatti una storia che parla chiaro: i 6 giovanotti si sono incontrati ancora adolescenti in un college dell’Alabama (pur provenendo da ogni parte dell’America, e per metà da New York) avendo come solido tessuto connettivo la comune appartenenza alla Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno, una delle molteplici confessioni religiose (protestanti) del Nuovo Mondo. Nelle loro interviste spiegano spesso, tra lo sbigottimento dei giornalisti, di augurarsi che prima o poi il pubblico riesca ad andare oltre la musica e finalmente mettere in primo piano la sostanza, e cioè il Messaggio. Finchè canteranno come stasera, tuttavia, quel giorno appare fatalmente destinato a rimanere lontano.

L’apertura è dedicata al nuovissimo album The Standard – personale rilettura (e prima ancora selezione) della grande tradizione della canzone americana – dal quale è tratto Straighten Up And Fly Right, vecchio cavallo di battaglia di Nat King Cole. Con scelta elegante, il primo ruolo di solista è lasciato a Christian Dentley, giovane (ma ormai frequente) sostituto del baritono titolare Cedric Dent, spesso impegnato nella sua veste di professore di teoria e composizione all’Università del Middle Tennessee.

Subito dopo un medley di brani originali (già presenti nel loro Live del 2000) dove l’iniziale ispirazione gospel ben presto cede il passo ad un irresistibile shuffle, con tanto di “effetto treno”, e nel quale il leader Mark Kibble (tenore e principale arrangiatore) si rende protagonista di un catalogo di impossibili effetti rumoristici che simulano con incredibile realismo l’intero armamentario delle tristemente note (e ormai onnipresenti) drum machine. Ma sono le frequenze telluriche del basso Alvin Chea ad impressionare di più, un suono slappato, stoppato, che si stenta a credere possa uscire da una bocca umana. Per quanti non si rassegnano a considerare la musica come un’altra applicazione del computer (tra i quali modestamente mi annovero) questa è una bellissima serata. La rivincita della laringe. Otorinolaringoiatria batte informatica due a zero.

Affiora qua e là anche qualche siparietto teatrale, i cui i Six arrigano il pubblico e lo coivolgono a cantare con loro. Se ne potrebbe forse fare a meno, ma anche i più restii si devono arrendere a tanta incontenibile e contagiosa carica comunicativa. Ancora un ripescaggio d’archivio proveniente dal disco Standard: il minore dei fratelli Kibble (Joey) decora con una superba imitazione di tromba sordinata Smile, colonna sonora del mitico Tempi Moderni di Charlie Chaplin, e subito dopo si spinge se possibile ancora più in là aggiungendo a questa tromba uno sconvolgente effetto di ritardo digitale a commento di un altro brano tratto da un film (The Thomas Crown Affair, 1968) e firmato da Michel Legrand: The Windmills Of Your Mind.

Altra piccola recita per introdurre una digressione nel vero e proprio vocalese, arte difficile (e spesso pericolosa) con cui si cerca di mettere le parole a celebri temi (e talvolta persino a improvvisazioni) della tradizione jazzistica più squisitamente strumentale. Tocca al classico e intoccabile Seven Steps To Heaven di Miles Davis, e temiamo la profanazione: ma grazie ai buoni uffici in sede di arrangiamento del padre nobile del genere (l’ultraottantenne Jon Hendricks) e a un sempre controllato senso della misura il sacrilegio non si compie.

Ma è con Shall We Gather At The River, spiritual ottocentesco (!) del mitologico pastore battista Robert Lowry, che i Take 6 tornano davvero a casa loro e ci restituiscono le emozioni incomparabili degli esordi, quando nulla poteva distrarli dalla più profonda concentrazione (peraltro sempre sorridente) verso l’amatissimo e riveritissimo repertorio della tradizione religiosa afroamericana. Non c’è niente da fare: quando argomento e messaggio si fanno seri, i Six asciugano ogni smanceria e si mettono a cantare davvero. Adesso si possono ascoltare in modo distinto tutte e sei le voci, corrispondenti ad altrettante parti musicali, in un intreccio di infinita raffinatezza e delicatezza. Canto come massima espressione della gioia umana, traboccamento dello spirito, necessità insopprimibile. Canto come rendimento di grazie per il dono di poterlo esprimere, ed esprimere insieme.

La restante parte del concerto è in discesa. Un triplice omaggio ad alcune delle loro grandi ispirazioni: prima i Doobie Brothers (con una riuscita parodia della torrida voce di Michael McDonald), poi una credibile versione di I Wish dell’inarrivabile Stevie Wonder (il vero The Voice, altro che Sinatra…) e infine un divertente omaggio a Michael Jackson, con uno scatenato Dentley che – cappellino da baseball immancabilmente calcato in testa – si produce in una imitazione a tutto campo, camminata compresa.

Ultimo sprazzo, una delle sigle storiche dei Take 6: quel So Much 2 Say già asse portante del loro secondo (e omonimo) album, qui riproposta con un diverso dosaggio delle parti e poi stravolta fino ad abbracciare gli elementi più estremi della black music contemporanea (rap, hip-hop, scratch) al limite del rumorismo puro.

Alla fine è fin troppo facile convenire con la famosa battuta di Quincy Jones: i Take 6 sono il miglior gruppo vocale del pianeta chiamato Terra. Certo, li preferiremmo più concentrati e meno gigioni, perché ci sembra che – pur concedendo loro l’attenuante della sincerità (e non è poco) – con lo spaventoso potenziale che hanno ogni deviazione, ogni annacquamento sia un peccato capitale. Ma nei momenti in cui cantano veramente lo spazio e il tempo si fermano, e si crea in noi la (rara) possibilità di uno spazio interiore che solo la grande musica riesce a creare. E certe code sonore, come comete iridescenti dilatate all’inverosimile e continuamente in movimento – si vorrebbe non finissero mai. God bless you.

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17 giugno 2008

Alessandra Fabian @ 12:01

I concerti della stagione estiva 2008

Un calendario ricco di appuntamenti segna i festeggiamenti per i vent’anni di Veneto Jazz, tra questi l’omaggio a Chet Baker e l’inaugurazione del Venezia Jazz Festival.

Il calendario di Veneto Jazz

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11 giugno 2008

Alessandra Fabian @ 15:59

Al via la rassegna estiva e… il blog

12 giugno 2008. Una data che forse a molti non dirà nulla, ma per gli amanti del jazz segna il giro di boa, il passaggio dai teatri e dagli auditorium alle arene e ai parchi.

Domani presso il Casinò di Venezia sarà presentata ufficialmente alla stampa la rassegna estiva di Veneto Jazz, assieme al ricco calendario di appuntamenti che fino a settembre farà rieccheggiare le note del jazz nella nostra regione.

L’occasione sarà propizia anche per la presentazione del blog di Veneto Jazz. Un’uscita ufficiale che sancirà finalmente l’avvio delle attività di questo portale.

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