Al MaxLive di Costabissara (appena un passo fuori Vicenza) due straordinari concerti – entrambi dedicati alla vocalità – introducono la stagione invernale di Veneto Jazz: ieri sera i Take 6, e sabato 22 novembre i Manhattan Transfer.
Fuoriclasse del canto a cappella, primo gruppo ad aver reso famosa – in modo inimitabile – una formula oggi imitatissima, i Take 6 sono un mondo a parte. Quando arrivano sul palco, non dimostrando in alcun modo gli oltre vent’anni di carriera, è chiaro a tutti che ancora si divertono, che cantare non è diventato un mestiere.
D’altra parte questo atteggiamento è legato al loro modo di intendere la musica: non anzitutto espressione artistica ma piuttosto rendimento di grazie al Signore, non performance ma celebration. Sarebbe inimmaginabile, per un gruppo europeo, inframezzare il proprio concerto con espressioni del tipo “Dio ama tutti noi, e ci vuole salvare attraverso Gesù”, ma nelle mani dei Six anche contenuti delicatissimi come questi vengono maneggiati con naturalezza e appaiono credibili.
Dietro c’è infatti una storia che parla chiaro: i 6 giovanotti si sono incontrati ancora adolescenti in un college dell’Alabama (pur provenendo da ogni parte dell’America, e per metà da New York) avendo come solido tessuto connettivo la comune appartenenza alla Chiesa Cristiana Avventista del Settimo Giorno, una delle molteplici confessioni religiose (protestanti) del Nuovo Mondo. Nelle loro interviste spiegano spesso, tra lo sbigottimento dei giornalisti, di augurarsi che prima o poi il pubblico riesca ad andare oltre la musica e finalmente mettere in primo piano la sostanza, e cioè il Messaggio. Finchè canteranno come stasera, tuttavia, quel giorno appare fatalmente destinato a rimanere lontano.
L’apertura è dedicata al nuovissimo album The Standard – personale rilettura (e prima ancora selezione) della grande tradizione della canzone americana – dal quale è tratto Straighten Up And Fly Right, vecchio cavallo di battaglia di Nat King Cole. Con scelta elegante, il primo ruolo di solista è lasciato a Christian Dentley, giovane (ma ormai frequente) sostituto del baritono titolare Cedric Dent, spesso impegnato nella sua veste di professore di teoria e composizione all’Università del Middle Tennessee.
Subito dopo un medley di brani originali (già presenti nel loro Live del 2000) dove l’iniziale ispirazione gospel ben presto cede il passo ad un irresistibile shuffle, con tanto di “effetto treno”, e nel quale il leader Mark Kibble (tenore e principale arrangiatore) si rende protagonista di un catalogo di impossibili effetti rumoristici che simulano con incredibile realismo l’intero armamentario delle tristemente note (e ormai onnipresenti) drum machine. Ma sono le frequenze telluriche del basso Alvin Chea ad impressionare di più, un suono slappato, stoppato, che si stenta a credere possa uscire da una bocca umana. Per quanti non si rassegnano a considerare la musica come un’altra applicazione del computer (tra i quali modestamente mi annovero) questa è una bellissima serata. La rivincita della laringe. Otorinolaringoiatria batte informatica due a zero.
Affiora qua e là anche qualche siparietto teatrale, i cui i Six arrigano il pubblico e lo coivolgono a cantare con loro. Se ne potrebbe forse fare a meno, ma anche i più restii si devono arrendere a tanta incontenibile e contagiosa carica comunicativa. Ancora un ripescaggio d’archivio proveniente dal disco Standard: il minore dei fratelli Kibble (Joey) decora con una superba imitazione di tromba sordinata Smile, colonna sonora del mitico Tempi Moderni di Charlie Chaplin, e subito dopo si spinge se possibile ancora più in là aggiungendo a questa tromba uno sconvolgente effetto di ritardo digitale a commento di un altro brano tratto da un film (The Thomas Crown Affair, 1968) e firmato da Michel Legrand: The Windmills Of Your Mind.
Altra piccola recita per introdurre una digressione nel vero e proprio vocalese, arte difficile (e spesso pericolosa) con cui si cerca di mettere le parole a celebri temi (e talvolta persino a improvvisazioni) della tradizione jazzistica più squisitamente strumentale. Tocca al classico e intoccabile Seven Steps To Heaven di Miles Davis, e temiamo la profanazione: ma grazie ai buoni uffici in sede di arrangiamento del padre nobile del genere (l’ultraottantenne Jon Hendricks) e a un sempre controllato senso della misura il sacrilegio non si compie.
Ma è con Shall We Gather At The River, spiritual ottocentesco (!) del mitologico pastore battista Robert Lowry, che i Take 6 tornano davvero a casa loro e ci restituiscono le emozioni incomparabili degli esordi, quando nulla poteva distrarli dalla più profonda concentrazione (peraltro sempre sorridente) verso l’amatissimo e riveritissimo repertorio della tradizione religiosa afroamericana. Non c’è niente da fare: quando argomento e messaggio si fanno seri, i Six asciugano ogni smanceria e si mettono a cantare davvero. Adesso si possono ascoltare in modo distinto tutte e sei le voci, corrispondenti ad altrettante parti musicali, in un intreccio di infinita raffinatezza e delicatezza. Canto come massima espressione della gioia umana, traboccamento dello spirito, necessità insopprimibile. Canto come rendimento di grazie per il dono di poterlo esprimere, ed esprimere insieme.
La restante parte del concerto è in discesa. Un triplice omaggio ad alcune delle loro grandi ispirazioni: prima i Doobie Brothers (con una riuscita parodia della torrida voce di Michael McDonald), poi una credibile versione di I Wish dell’inarrivabile Stevie Wonder (il vero The Voice, altro che Sinatra…) e infine un divertente omaggio a Michael Jackson, con uno scatenato Dentley che – cappellino da baseball immancabilmente calcato in testa – si produce in una imitazione a tutto campo, camminata compresa.
Ultimo sprazzo, una delle sigle storiche dei Take 6: quel So Much 2 Say già asse portante del loro secondo (e omonimo) album, qui riproposta con un diverso dosaggio delle parti e poi stravolta fino ad abbracciare gli elementi più estremi della black music contemporanea (rap, hip-hop, scratch) al limite del rumorismo puro.
Alla fine è fin troppo facile convenire con la famosa battuta di Quincy Jones: i Take 6 sono il miglior gruppo vocale del pianeta chiamato Terra. Certo, li preferiremmo più concentrati e meno gigioni, perché ci sembra che – pur concedendo loro l’attenuante della sincerità (e non è poco) – con lo spaventoso potenziale che hanno ogni deviazione, ogni annacquamento sia un peccato capitale. Ma nei momenti in cui cantano veramente lo spazio e il tempo si fermano, e si crea in noi la (rara) possibilità di uno spazio interiore che solo la grande musica riesce a creare. E certe code sonore, come comete iridescenti dilatate all’inverosimile e continuamente in movimento – si vorrebbe non finissero mai. God bless you.